Intervista a Zachary Sussman

L’Italia è il primo Paese fornitore per gli USA (seguito dal Cile) e se il 2016 sembra non essere stato così positivo come ci aspettava, tuttavia l’incremento a valore per i primi 9 mesi dell’anno si è aggirato sul +1,8 per cento pur con una contrazione di un punto percentuale in volume (dati Wine and Food Institute).

Secondo Lucio Caputo, Presidente dell’Italian Wine Food Institute, l’Italia abbisogna di un restyling del marchio Italia che punti a innalzare il valore percepito del vini nostrani.

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– Lucio Caputo –

Abbiamo chiesto ad una delle figure centrali della critica del vino, Zachary Sussman, selezionato come il 2016 Emerging Wine Writer dell’Anno per il Premio Louis Roederer International Wine Writers’ Award di Londra.

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– il momento della premiazione –


Zachary Sussman è uno scrittore di vino, educatore e consulente che vive a Boston.
È l’inviato di New York per Punch, un magazine online indipendente che collabora con Ten Speed Press. I suoi lavori sono apparsi in pubblicazioni come Saveur, The Wall Street Journal, Magazine, Bon Appétit, Wine & Spirit Magazine, Beverage Media, Tasting Taste e Wine Searcher, oltre a molte altre. È stato menzionato nella sezione “What we’re reading” del New York Times Diner‘s Journal.


– Wine trends: ci sono importanti cambiamenti su tutto il globo. Quali ritieni siano i più rilevanti?

“È una domanda di ampio raggio ma penso che in generale la cultura del vino si stia allontanando da un tipo di prodotto che dà valore alla produzione tecnologica o moderna dove il vino è bene di lusso, per abbracciare invece pratiche che potremmo definire low-fidelity, a bassa definizione, o più tradizionali che intendono il vino come prodotto agricolo espressione di un luogo. Un altro modo di dire questa cosa è che l’ “artigianalità” ‒ la valorizzazione del pre-industriale, eredità, autoctonia e manualità ‒ si sta evolvendo verso una nuova forma di lusso. Lo riscontriamo con l’aumento di interesse in categorie come i viticoltori di Champagne e il vino naturale, come pure nella rivendicazione di varietà autoctone precedentemente neglette e stili pre-industriali come il Col Fondo nel Prosecco o gli Orange wines dal Friuli e la Slovenia”.

– Come sta cambiando l’immagine dell’Italia negli USA ammesso che stia cambiando?

“È difficile generalizzare in merito all’Italia nel complesso, ma una cosa che ho notato è l’impressionante ascesa del Piemonte, che sembra aver spodestato la Toscana nella mente di molti sommelier e professionisti dell’industria. Questo sviluppo ha a che fare con lo sviluppo della narrativa “artigianale” menzionata in precedenza. Con le sue cantine di impronta familiare e i diversi microclimi, il Piemonte si allinea culturalmente con la nostra concezione romantica del viticoltore come un contadino “rustico” e consapevole del valore della terra mentre la Toscana possiede un’immagine aziendale più navigata. Tuttavia, ad un livello più ampio penso che finalmente stiamo imparando ad apprezzare e comprendere tutto il variegato patrimonio vinicolo italiano e non solo poche regioni chiave. Fra molte altre tendenze, c’è ora un serio interesse nell’esplorare vini regionali in grado di esprimere il territorio di regioni come Campania, Liguria, Alto Adige, Friuli, Val d’Aosta, Lombardia, Umbria, e (forse più di tutti) Sicilia. A tal merito, l’Etna in particolare è emerso come una delle più eccitanti scoperte degli ultimo anni e ha persino acquisito un pubblico fedele”.


– Gli USA sono il mercato più grande per l’Italia anche se subiamo una pressione sulla fascia alta da parte della Francia e su quella bassa del Cile.
È stato detto che manchiamo di una strategia di posizionamento efficace.
Sei d’accordo con questa affermazione? O pensi piuttosto che l’Italia stia fronteggiando altri tipi di problema?

 “Qui come sopra è difficile delineare un’unica spiegazione per tutta l’Italia. È altresì difficile fare generalizzazioni riguardo il mercato USA: ci sono vari differenti mercati all’interno degli Stati Uniti. La risposta a questa domanda dipende dunque da che segmento del mercato si sta cercando di raggiungere (il mercato di massa? O quello dei vini pregiati?). Detto questo, mentre il vino francese può essere ancora oggi più popolare o riconoscibile per il consumatore medio americano, credo che questo sia un momento estremamente entusiasmante per il vino italiano, in quanto c’è più spazio per il suo sviluppo. In merito a ciò, in un periodo in cui i consumatori americani sono più curiosi e disposti a sperimentare rispetto a prima, la differenziazione italiana rappresenta il maggiore vantaggio per il Bel paese”.


– Il fenomeno Prosecco: quanto il newyorkese medio conosce la differenza fra la Doc e le 2 Docg?

“Sarò onesto: il consumatore medio americano – anche in un mercato molto sofisticato quale è New York – non ha la minima idea di quali siano le differenze fra le diverse denominazioni del Prosecco. La differenza sfugge completamente alla maggior parte dei bevitori, in quanto la maggioranza di loro concepisce il Prosecco come uno stile di vino piuttosto che un prodotto agricolo che proviene da una specifica regione d’Italia. È quasi come se il Prosecco fosse diventato un brand internazionale a sé stante, il che è una sfortuna – visto che la regione offre molto di più delle espressioni economiche e prodotte in massa che l’hanno trasformato in un fenomeno globale”. 


– Wine Trend a New York: cosa va ora di moda?

“Tendiamo ad attraversare tendenze enologiche in maniera così frenetica a New York che nel momento in cui definisci qualcosa come “di moda”, la cultura del vino ha già abbracciato la prossima grande novità. Prima c’è stata la regione francese del Jura, poi gli orange wines, poi sherry, poi il movimento della “Nuova California”, poi i pétillant naturel (frizzanti metodo ancestrale, ndt) e altre bollicine metodo ancestrale, fino a giungere recentemente al vino dalla Georgia, Ungheria e altri parti dell’Europa Orientale. Ad un livello macro, ritengo che questa tendenza faccia capo ad una tendenza più ampia, che potremmo chiamare “effetto hipster”: l’oscurità è diventata la nuova forma di esclusività, e ognuno desidera essere il primo a scoprire o stabilire una nuova tendenza. Per molti versi, è lo stesso tipo di ricerca di uno status che ha sempre palsmato il mondo del vino e che ora viene trasposta semplicemente su un differente sistema di valori”.


Scrivere di vino: come sta cambiando questo settore nel tempo?

“La mia speranza è che lo scrivere di vino sia diventato più ambizioso e di più ampio respiro. Piuttosto che preoccuparsi di generiche annotazioni di degustazione o di quale punteggio riceva un vino, i lettori oggi vogliono essere informati in merito alla rilevanza sociale e storica di un vino: chi l’ha fatto, come si relaziona alla cultura del luogo dove è stato prodotto, perché è importante e cosa ha da dire. I miei scrittori di vino preferiti cercano di fornire un contest per alcune di queste domande di più ampio respiro. Al contempo, ora che ci sono così tanti blog e risorse online di informazione in merito al vino, il campo è diventato molto più aperto e democratico; il periodo gerarchico del critico serioso di vino che divulga la sua opinione alle masse sta fortunatamente giungendo al termine. Non penso che vedremo più un critico con la stessa capacità di influenza che ha avuto Robert Parker per esempio negli anni Novanta o all’inizio degli anni Duemila”.


Infine, qual è il tuo vino preferito?

“Impossibile dirlo! Dipende tutto da quello che mangerò. Direi, tuttavia, che non rifiuterei mai un bicchiere di Champagne o una vecchia annata di Nebbiolo. E poi la Valle della Loira in Francia che, in linea generale, è una mia ossessione costante”.

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– in vino veritas –


Intervista per ALEA Evolution, di 
Irene Graziotto .

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