Vinitaly 2018, Verona

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Una rondine non fa primavera, ma sicuramente Vinitaly sì.

La grande fiera scaligera segna infatti da mezzo secolo, 52 anni per la precisione, l’inizio dell’anno civile per le aziende vinicole italiane.

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È vero, c’è anche Prowein ma la (ker)messe teutonica – nonostante abbia registrato quest’anno un numero maggiore di espositori italiani rispetto a Francia e gli stessi tedeschi, rispettivamente 1.700 contro 1.550 e 990 – rimane meno vissuta, più periferica.

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Vinitaly è invece il vero calcio d’inizio, l’evento dove si arriva con le nuove annate appena (o quasi) imbottigliate, il palcoscenico per il lancio delle novità, la quattro giorni dove la concentrazione di eventi e incontri si avvicina per massa a quella di un buco nero.
Nel frattempo si sono risolte anche alcune problematiche logistiche: il numero di parcheggi collegato alla fiera con il bus navetta ha di molto migliorato la viabilità, mentre il giro di vite nei confronti dell’accattonaggio alcolico ha trovato un valido alleato nel biglietto giornaliero da 80 euro che scoraggia le comitive in cerca della sbronza – anche se i bagarini all’ingresso di Vinitaly si vedono ancora.

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Da qualche anno la fiera ha anche allargato gli orizzonti, aprendosi all’estero e attirando sempre più espositori e stampa straniera, scrollandosi di dosso l’aura di provincialismo da fiera “semplicemente” italiana.
Già nel 2016 Vinitaly aveva, infatti, accreditato 50 mila buyer esteri e l’anno scorso, grazie all’attività di incoming realizzata insieme a ICE-Agenzia il risultato è stato rafforzato. 128 mila presenze provenienti da 142 nazioni è il bilancio di Vinitaly 2017, con le realtà straniere aumentate del 74%, mentre per quest’anno:

sono previsti 4272 espositori da 30 Paesi.

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Fra i debuttanti dello scorso anno a Vinitaly va ricordata la Federazione Russa.
La presenza di Sergey Levin, Segretario di Stato e vice ministro dell’Agricoltura, ha segnato un periodo di rinnovato interesse nei confronti del vino italiano, dopo la contrazione degli ultimi anni.

Sergey Levin - Vice ministro All_Agricoltura della Federazione russa
– Sergey Levin, vice ministro Agricoltura Russa –

18 aziende e oltre 600 vini in degustazione, tra fermi, spumanti e ice wine prodotti in 5 regioni – Krasnodar, Stavropol, Rostov, Dagesta e Crimea – quasi tutti da vitigni autoctoni.
Accanto agli internazionali Chardonnay e Cabernet, si producono infatti Saperavi come nell’azienda Kuban-Vino situata nella regione di Kasnostop, o il bianco KukurBeli arrivato in Crimea all’epoca dai Greci presumibilmente da Corfù e vinificato oggi dall’azienda Alma Valley, fra le aziende russe più importanti oltre a Burnier, Vinodelnya Vedernikov e Lefkadia.
Ed ecco i watch-out di quest’anno.

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Il debutto della Doc Pinot Grigio Delle Venezie
Ad un anno dalla sua creazione, la grande Doc che raggruppa Trentino, Veneto e Friuli, si presenta al pubblico, alla stampa e ai buyer.
La novità più rilevante del “vigneto Italia” “parte con il piede giusto: ottima qualità, garanzia della certificazione, nuovo stile dell’Italian pinot grigio” ha dichiarato Albino Armani alla guida del Consorzio.
Oltre all’introduzione del contrassegno di Stato – spiega Armani – la “rivoluzione” della nuova denominazione ha favorito un marcato miglioramento qualitativo grazie alle riduzioni di resa per ettaro, alla certificazione dell’intera filiera produttiva, alla mirata attività di monitoraggio di apposite commissioni di degustazione”.
Quasi la metà della produzione mondiale di questo vitigno proviene dall’Italia, dove l’85% del vino si concentra tra Veneto, Friuli e Trentino.
Un vino-vitigno che ha conquistato i consumatori di tutto il mondo, considerato che la quasi totalità del Pinot grigio italiano prodotto in questo areale viene venduto oltre confine: gli Stati Uniti assorbono il 37% della quota export, seguito da Gran Bretagna con il 27% e Germania con il 10%. Una sfida sicuramente non facile, importante non solo per il Triveneto ma anche per l’intera Italia.

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– Albino Armani –

Pinot Grigio delle Venezie


L’unione (dei rosè) fa la forza
Forse il prodotto più trendy del momento, il più in voga, sicuramente il più “instagrammato”.
Vuoi per lo sdoganamento del colore rosa, vuoi per l’apprezzamento inconscio degli sfondi blu, su cui vengono puntualmente fotografati bicchieri e bottiglie di rosè – il blu è il colore preferito dalla maggior parte dell’umanità con un potere rilassante ben presente agli esperti di neuromarketing – vuoi per il potere evocativo di mare e piscine. L’a-territorialità del prodotto – o almeno della sua percezione – è un’arma a doppio taglio, che ne ha favorito la popolarità ma che a lungo potrebbe rivelarsi deleteria, vista la crescente richiesta di storytelling da parte del consumatore medio.
Vanno in questa direzione non solo alcune produzioni di vini rosè che valorizzano il territorio, con prodotti da singola vigna o specifici cru, ma anche i rosati italiani ottenuti per la quasi maggioranza da varietà autoctone – un dettaglio non da poco quando si tratta di identità e storytelling.
Quest’anno per la prima volta i cinque maggiori player del vino rosato italiano saranno presenti allo stesso stand: dal Chiaretto e il Valtenesi Chiaretto del Lago di Garda al Cerasuolo d’Abruzzo per arrivare in Puglia – dove nel 1943 nacque il Five Roses della Leone de Castris – con il Salice Salentino Rosato e il Castel del Monte Rosato.
Senza titolo


Destinazione Canada
Si chiama così il focus che fa il punto su uno dei mercati più promettenti per l’Italia e che lunedì 16 aprile alle 9.30 permetterà ai produttori di incontrare i rappresentanti dei principali monopoli regionali canadesi.
Entro il 2020 il Canada sarà fra i cinque maggiori stati del mondo per consumo di vino a livello di valore.
Il secondo mercato per velocità di crescita, con un tasso che nel 2018 si aggirerà sui dieci punti percentuali.
“La popolarità dei vini italiani è cresciuta in maniera significativa negli ultimi 5-8 anni – racconta Gurvinder Bhatia,  responsabile della rubrica enologica su Quench e su Global TV, fra i maggiori media canadesi – Amarone, Barolo, Brunello, SuperTuscan e Chianti sono conosciuti da anni ma nell’ultimo lustro l’interesse è maturato e si è diversificato, dirigendosi verso le varietà più rare e le autoctone. La crescita della categoria “vino italiano” è stata ben più intensa rispetto ad altre” rivela l’esperto.
Qui un nostro approfondimento con alcuni dei maggiori player del mercato canadese: prima e seconda parte.

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– Gurvinder Bhatia –


Sicilia
L’attenzione per la Sicilia aumenta.
Aumentano anche i numeri e volumi imbottigliati sotto la Doc Siclia mentre si stabilizza, rafforzandosi, l’attrattiva per l’Etna grazie al forte potere evocativo del vulcano e ad un’abile orchestrazione dell’evento di Contrade dell’Etna.
La Doc Sicilia registra un aumento del 124% di vino imbottigliato sotto le proprie insegne rispetto ai primi due mesi dello scorso anno – una crescita costante del numero di aziende che imbottigliano le diverse varietà di vini con etichetta Doc Sicilia.
Vitigni autoctoni, aumento della produzione biologica, vini da suoli vulcanici sono alcune delle parole chiavi per la produzione dell’isola, presentata durante l’appuntamento di maggio di Sicilia en Primeur.

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– leggi nostro articolo precedente sui vini vulcanici –

 

Donne enoiche
Si rafforza il peso che le donne hanno nel mondo della produzione enologica e con esse cambia anche l’approccio al vino, con una maggiore attenzione alla ricettività nelle aziende.
Un punto importante visto il peso – per ora perlopiù potenziale – dell’enoturismo in Italia ma anche la sempre maggiore percentuale di consumatrici donne.
Oggi, il Movimento Donne del Vino fondato nel 1988 raggruppa 750 produttrici presiedute da Donatella Cinelli Colombini.

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– Donatella Cinelli Colombini –

Cresce anche il gruppo delle Donne della Vite, agronome, enologhe, giornaliste, comunicatrici, ricercatrici, analiste, ristoratrici, sommelier.
Proprio quest’ultima categoria registra un’importante impennata nel numero delle presenze femminili.
Numerose le degustazioni che vedranno le donne protagoniste a Vinitaly – da quella guidata da Ian D’Agata sulle Donne del Vino a quella in cui Cathy Huyghe, collaboratrice di Forbes e fondatrice di Enolytics incentrata sulle produttrici femminili, sino a quella sui territori vulcanici guidata dalle Donne della Vite.
Un tema di gran moda al momento quello dei vini da suoli vulcanici con la prima conferenza interamente incentrata sui vini vulcanici che si è tenuta a New York solo qualche giorno fa.

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– gruppo delle Donne della Vite –
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– Cathy Huyghe –

 

Piwi, la nuova frontiera della viticoltura
Di recente la coltivazione e vinificazione dei PiWi, ovvero degli ibridi resistenti alle malattie fungine, è stata ammessa anche in Lombardia, che si aggiunge a Veneto, Friuli, Trentino ed Alto Adige.
Già da tempo coltivati nel nord Europa, in primis in Germania e Austria, e con importanti sviluppi in Francia e nell’Europa orientale, i PiWi stentano a trovare in Italia il proprio spazio, a causa di pesanti ostacoli legislativi – dal divieto di produrre Doc e Docg con queste varietà alla regolamentazione frammentata perché delegata alle singole regioni cosicché in Trentino i PiWi a bacca rossa sono per esempio interdetti e in Lombardia con i Piwi si possono per ora produrre solo vini da tavola, nemmeno Igt. Dotate di una resistenza alle malattie crittogamiche molto superiore alle viti tradizionali – grazie ai geni di resistenza che possiedono derivando da specie di Vitis non Vinifera – i PiWi odierni, con oltre il 90% del genoma di Vitis vinifera, possiedono caratteri enologici ed organolettici equiparabili alle viti tradizionali tanto che negli esperimenti alla cieca condotti dai Vivai Cooperativi Rauscedo non è stato possibile distinguere i vini prodotti con queste nuove varietà da quelli di fattura abituale.

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Sempre più sono i viticoltori che investono in queste varietà che abbisognano di solo 1 o 2 trattamenti l’anno: dall’azienda Gianni Tessari a Terre di Cerealto in Valdagno (Vicenza), da Terre di Ger all’azienda Le Carline, che vanno a rafforzare un piccolo, coeso e promettente gruppo di vignaioli che include nomi storici come Rudi e Thomas Niedermayer, Pojer & Sandri e più recenti sostenitori come Nicola Biasi in Trentino e Alessandro Sala dell’azienda Nove Lune in Lombardia.
En passant, per gli amanti di tematiche tecniche, segnatevi la presentazione dell’ultimo libro di Mario Fregoni “Le viti native americane e asiatiche. Ibridi portinnesti e varietali” mentre nel frattempo si fanno largo i portainnesti della serie M, che resistono alla siccità e ad elevati tenori di calcare nel terreno.

 

Ucraina, cette inconnue
Gli appassionati di vino non hanno mai avuto così tanta scelta, dai metodo classico inglesi ai PiWi, dai vini vulcanici agli orange/amber wine, dalle regioni fino a qualche anno fa snobbate a varietà autoctone delle più sconosciute – il Juhfark, ovvero “coda di pecora” che cresce in Ungheria nella zona vulcanica di Somloi l’avete mai assaggiato? Durante Vinitaly sarà possibile approfondire la conoscenza dei vini ucraini, con la degustazione de lunedì ore 11 guidata da Olga Pinevich-Todoriuk, caporedattrice della rivista ucraina Drinks+.
La degustazione verterà su tre realtà diverse ma rappresentative: il brandy artigianale d’annata della distilleria Tavria, la più vecchia azienda ucraina a mantenere solide e rigorose tradizioni e a vantare un ciclo di produzione completo “dalla vigna al bicchiere”, i vini d’autore prodotti di Robert Guliev della Guliev Wines – l’azienda vinicola più importante tra le nuove cantine dell’Europa dell’Est – e i prodotti della cantina Inkerman, uno dei principali brand ucraini di vini fermi e frizzanti, fondata oltre mezzo secolo fa, nel 1961 e riconosciuta nel 1991 come una delle migliori case produttrici, nel corso della 70° Assemblea generale dell’Organizzazione internazionale della vigna e del vino.
Fra le altre regioni in assaggio durante i giorni di Vinitaly, cercate il SudAfrica e la Cina con un assaggio che arriva dalla cantina Silver Height situata nella regione del Ningxia.

Robert Guliev della Guliev Wines
– Robert Guliev –


Il Fuori Vinitaly

Ovvero tutte le fiere che si tengono in prossimità temporale e spaziale rispetto a Vinitaly e che propongono una viticoltura selezionata spesso legata alle pratiche biologiche, biodinamiche, naturali.
Si parte da Vi.Vit, il salone dei vignaioli naturali interno alla fiera veronese.
In zona Vicenza, saranno due le fiere in tema:
ViniVeri a Cerea (13-15 aprile) propone una selezione di vignaioli europei che lavorano in maniera sostenibile e si pone come ideale complemento di Villa Favorita l’evento di VinNatur (a Villa Favorita, 14-16 aprile) con 170 aziende, sempre italiane ed europee.
Infine, un classico, giunto alla sua 21esima edizione: Summa, in Alto Adige, ospitata a casa – o meglio nella magione – della famiglia Lageder a Magrè, Bolzano, che il 14 e 15 aprile ospiterà ottanta vignaioli provenienti da Francia, Austria, Italia, Germania, Slovenia, Australia, Kazakhistan e Nuova Zelanda.

tre eventi

 

 

 

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– immagine del post –

 

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