Vino italiano : Ernesto Abbona.

Vino Italiano: quali le prospettive di crescita. E come realizzarle. ( 1a parte )

 L’efficacia di penetrazione nei mercati del brand privato deve saldarsi con la garanzia e credibilità offerta dalle denominazioni”.
Sono queste le parole usate da Ernesto Abbona, presidente di Unione Italiana Vini, all’incontro del 9 maggio scorso a Firenze in merito a “La creazione del valore: identità, reputazione e crescita del made in Italy.

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L’analisi di Abbona centra in pieno uno dei grossi problemi italiani: da un lato la forte reattività dei marchi privati non solo grandi ma anche medio-piccoli dall’altro la lentezza, non dove proprio latenza, della componente consortile che, vuoi per motivi burocratici, vuoi per motivi di rappresentanza, raramente riesce ad operare con la stessa efficacia, cedendo il passo nei confronti di agguerrite denominazioni straniere.

Uno studio reso presentato qualche giorno fa a Milano, l’Altagamma Top Wine Study, ha indagato il consumo mondiale e le strategie di crescita dei produttori di alta gamma.
Ne è emerso che su un totale mondiale enoico di 239 miliardi, il business mondiale dei top wine vale 24 miliardi, ovvero quasi il 10%.
A colpire è il dato, riportato da Vincenzo Chierchia ne Il Sole 24 Ore, che “le imprese italiane che esportano più del 60% hanno un margine Ebitda (Earnings Before Interest, Taxes, Depreciation and Amortization) del 29%, nettamente superiore al 9% che si riscontra nella media”.

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– Vincenzo Chierchia –

La ricerca Altagamma ha peraltro rilevato come se la Francia rimane la regione enoica più accreditata nella ristorazione di alta fascia – ad essere intervistati sono stati 400 ristoranti stellati in otto mercati clou per il Belpaese –l’Italia arriva seconda, con una preferenza del 33% legata alla superiore qualità dei vini italiani.

Uno snodo fondamentale quello della qualità, sottolineato sempre da Abbona nella stessa sede:
“In Italia non abbiamo aziende in grado di competere, in termini di dimensione e investimenti promozionali, con i colossi mondiali del vino, ma vantiamo un sistema di ‘Denominazione di Origine’ unico al mondo per rigore di regole e serietà dei controlli”.
Una leva comunicativa di primaria importanza– ma spesso non opportunamente resa nota all’estero.
Non è un caso – riflettevo qualche giorno fa con dei giornalisti esteri in visita nel trevigiano – che gli scandali alimentari degli ultimi anni, dal morbo della mucca pazza all’aviaria, passando per la carne alla diossina, la febbre suina e la carne di cavallo non tracciata non siano mai partiti dall’Italia e abbiano lambito in maniera solo superficiale lo Stivale.
Merito di un sistema di controlli di tutta la filiera alimentare e vinicola che dopo lo scandalo al metanolo nel 1986 ha saputo fare passi da gigante diventando un modello di tutela del consumatore finale.
Spiegare allora ad operatori e consumatori che Docg e Doc sono certamente sigle di difficile comprensione ma servono a garantire non solo la qualità organolettica del vino(e l’autenticità dello stesso) ma anche, in primis, la sua salubrità. “

 

Un tema caldo quello della salubrità – anche se è giocata oggi  più in chiave nutrizionale che non di vera e propria sicurezza alimentare, sebbene vada detto che le certificazioni di qualità sono sempre più richieste e permettono di aprire mercati altrimenti chiusi, –vedi standard di qualità e standard di qualità in dettaglio– con la richiesta di etichette sempre più dettagliate in merito a calorie ed allergeni, popolarità crescente del biologico visto non solo come più sostenibile ma soprattutto più sano, restrizioni su dosaggi e sostante chimiche utilizzabili, etc. 

Fra i casi recenti di Consorzi che più hanno sottolineato questo concetto di controllo della filiera vi è quello del Pinot Grigio delle Venezie, che grazie ad un lavoro di immani proporzioni su tre diverse regioni (Friuli, Veneto, Trentino) sta portando avanti la riqualifica di questo prodotto, di cruciale importanza dal punto di vista vitivinicolo per l’Italia del Nord-Est.
Basti pensare che la quasi totalità del Pinot grigio italiano viene prodotto in questo areale: 20 mila ettari di vigne, un potenziale di 260 milioni di bottiglie che ammonta al 43% dell’intera produzione mondiale, con una suddivisione dei consumi accentrata su Stati Uniti (37%), Gran Bretagna (27%), Germania (10%).

 

 

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– immagine del post –

 

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