La fine della bottiglia ?

Vino in bottiglia: è giunta la sua fine?

Dici vino e pensi alla bottiglia, alla bag-in-box da 5 litri e forse alla cara vecchia damigiana. E perché no, anche al fiasco, che accompagna l’immaginario di un’intera  generazione di americani cresciuti a Chianti, romanzi sulla Toscana assolata, spaghetti bolonnaise e LittleItaly.
Le cose stanno però cambiando e fra gli scenari che stanno prendendo piede c’è anche il vino in lattina.

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Quella che fino a poco tempo fa sembrava un’eresia, sta di fatto conquistando un numero importante di sostenitori, per le ragioni più svariate: dalla praticità alla facilità di trasporto e apertura, passando da motivazioni demografiche e culturali, fino alla – non trascurabile –sostenibilità.

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La crescita – quantitativa e qualitativa

Il successo del vino in lattina – il “canned wine” – è in netta crescita: le vendite di vino in lattina sono cresciute del 125% nelle 52 settimane precedenti il 18 Giugno 2016 raggiungendo quota 14.5 milioni di dollari (dati Nielsen).
Una fetta di mercato sicuramente limitata –ad oggi il mercato del vino in lattina vale meno dell’1% del mercato americano–ma non sottovalutabile se si considera che nel 2014 le vendite valevano solo 2 milioni di dollari mentre nel 2017 hanno toccato quota 28 milioni di dollari, superando il tasso di crescita di qualsiasi altro contenitore per il vino (vetro, bag-in-box, Tetrapak).

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Il trend di crescita non solo quantitativo ma anche qualitativo del vino in lattina ha richiamato recentemente anche l’attenzione di Wine Spectator che ha provato a capirne le motivazioni e a stilare una piccola rassegna dei migliori, con valori che per i migliori si aggirano sugli 86 punti .

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Le origini: the Family Coppola

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Ma facciamo un passo indietro: il primo vino in lattina su suolo americano appare 10 anni fa, nel 2008, a firma della The Family Coppola– riporta Market Watch .
La lattina era venduta con una cannuccia inclusa e conteneva un Blanc de Blancs 2013.

 

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– Sofia Coppola –

Il successo non è arrivato subito ma l’azienda ha perseverato, imbottigliando sempre in lattina anche il suo rosè spumante e la linea di fascia alta Diamond Collection.

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Nel frattempo, a giugno 2016, la Nielsen registra lo spettacolare tasso di crescita del +125%, accendendo i riflettori sulla categoria.

 

La consacrazione: Underwood

Parte del successo si deve anche all’accento posto sulla categoria dalla Union Wine & Co. con sede in Oregon – rileva sempre Market Watch – che ha lanciato il marchio Undewood, introducendo le lattine da 375 ml (quelle della Coppola erano da 250 ml.). Pinot Noir, Pinot Grigio, Rosè, sparkling Rosè, ma anche Riesling radler.

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Le 24 lattine (l’equivalente di una cassa di vino) si aggirano fra i 24 dollari e i 28 dollari – tra i 20 e i 24 euro – acquistabili direttamente dall’e-commerce sul sito.
Oggi 55% della produzione dell’azienda è in lattina.

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Il produttore tipo

A investire nel vino in lattina sono realtà come Barefoot e FlipFlop come pure alcuni player legati a rinomate realtà, come Evan Frazier, assistente enologo a Kongsgaard– fra i maggiori rappresentati per qualità dello Chardonnay in Napa – e proprietario del marchio Ferdinand che ha deciso di imbottigliare il suo 2017 California Albariño. Frazier riporta sulle pagine di Wine Spectator che la sfida maggiore per questa tipologia rimane la comunicazione del valore del vino.
Sebbene il volume di vino sia quello di una mezza bottiglia, difficilmente si riesce ad andare oltre i 10 dollari a lattina.
I limiti maggiori ad oggi per la produzione di vino in lattina riguardano il numero limitato di strutture adatte per l’imbottigliamento.
Un limite cui si può porre rimedio in tempo relativamente breve soprattutto se l’ascesa di popolarità di questi vini dovesse continuare come sta facendo oggi.

(fine prima parte) 

 

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– Evan-Frazier e Alex Kongsgaard –

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– immagine del post –

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